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Con la seconda domenica del Tempo Ordinario prosegue la manifestazione salvifica di Dio nella storia dell'uomo, che abbiamo celebrato nel mistero dell'Incarnazione. Il miracolo di Cana è il primo dei «segni» su cui Giovanni richiama l'attenzione e che Gesù compie per manifestare la sua gloria.

In Giovanni le nozze sono simbolo dello sposalizio tra Dio e l’umanità; se si vuole che esso riesca occorre che vi sia la partecipazione di Cristo e di Maria. Maria è la Donna nella quale questo sposalizio si è consumato per la prima volta e in una maniera del tutto singolare. In Lei il Verbo della vita ha sposato la natura umana in un modo irreversibile, per sempre. Dio ora esiste come Verbo Incarnato, vive in questa irreversibilità dell’Incarnazione. Maria è la Donna nel cui seno dovrà avvenire ogni sposalizio, ma è anche la Donna che dovrà vigilare a che in questo sposalizio tra Dio e il cuore non manchi mai il vino della grazia, della gioia, della pace, il vino dell’osservanza dei comandamenti e del servizio pieno e fedele a Cristo Gesù. Maria è colei che vede le reali esigenze dell’umanità; è questo il suo compito materno; è la Madre provvida, saggia, vigilante, attenta, amica di ognuno dei suoi figli. Per sua intercessione, cura, interessamento, Cristo interviene e dona la grazia.

Il miracolo che Gesù produce alle nozze di Cana ci dice anche quel che Egli sentiva e pensava a proposito di questo avvenimento decisivo per tanti uomini e donne. L'amore tra l'uomo e la donna è segno grande della benedizione di Dio, ed è il modo più concreto con il quale Egli si fa presente nella vita dei suoi figli: come Amore che unisce, come Comunione che interrompe la solitudine ed apre il cammino dell’uomo ad un destino di relazione felice, di creatività inesausta, di comunicazione arricchente. Ma tutto questo si attua nel matrimonio tutte le volte che il matrimonio si celebra davvero: se cioè all'intenzione del Creatore, che ha pensato per l'uomo e la donna questa modalità di attuazione del desiderio di comunione, che li abita da sempre, corrisponde l’intenzione e il desiderio degli uomini di accogliere per sé questa vocazione e quest'attuazione. In poche parole, tutte le volte che un uomo e una donna si assumono la responsabilità di vivere il loro amore non come una vicenda del singolo e privata, e finalizzata alla sola propria realizzazione (convenienza/combinalato), ma come una chiamata ad uscire dal proprio sé per incontrare davvero l'altro e sposare il suo desiderio di vita, e fare della comunione il senso più profondo dell’esistenza. Tutto questo comporta un prezzo da pagare, una pazienza e un'attenzione costante all'altro, un decentramento della propria persona che l'uomo, quando uscirà dalla grazia che Cristo ha meritato e comunicato, vivrà sempre come fatica, come tensione, come peso da sopportare. E quando la situazione diventa troppo pesante, ecco che occorre qualcuno che intervenga a ricordare che questa fatica non è la verità del matrimonio, ma solo il modo con cui gli uomini riescono a viverlo non avendo più l’aiuto indispensabile della grazia, rendendosi così non all'altezza del compito da svolgere con libertà e continuità di cui si erano assunti l’impegno nella celebrazione del sacramento del matrimonio. E se è venuto a mancare il vino della grazia che aveva donato gioia, serenità ai rapporti umani, è solo perché - le giare dell’anima le si è riempite di acqua putrida di negatività, di bestemmie contro la vita e per gli altri, di odio per sé stessi, di quell’acqua avvelenata della mondanità, della sensualità disordinata e dell’ingiustizia.

Il Signore, se gli sposi lo vogliono e lo chiedono - e Maria SS., la Madre di Dio, in questo chiedere è un aiuto potentissimo -, può trasformare nel vino buono della gioia quell’acqua putrida della cattiveria, dei peccati, degli errori, dei limiti e dei tradimenti, ma non quella dell’inedia, della inerzia e della rabbia. E ciò che può la fede, la fede vera, la fede che si oppone con forza totale e risoluta a ogni più piccolo senso del non vero amore e dell’ingiustizia e dell'abbandono.

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Santuario San Giovanni Paolo II

Dal diario parrocchiale

Santuario San Giovanni Paolo II

La chiesa della frazione Cardolo di Faroleto Antico, della Diocesi di Lamezia Terme, inizialmente, dal giorno dell'apertura al culto, avvenuta il 1° marzo 2009, fu intitolata all’"Annunciazione del Signore". Ma il 31 gennaio 2014, all'approssimarsi della canonizzazione del Beato Giovanni Paolo II, i fedeli hanno chiesto al vescovo di riconsiderare tale titolo per poterlo cambiare e dedicare la Chiesa a Giovanni Paolo II, così come era l'intento iniziale del progetto della stessa e, soprattutto, a motivo anche della devozione oramai diffusa a seguito dei fatti di soprannaturale natura, noti anche al vescovo, consistenti in aiuti particolari avuti per intercessione del Beato. L'istanza è stata così accolta e con il rito di consacrazione del nuovo altare, la Chiesa di Cardolo è stata eretta a Santuario Diocesano con dedicazione a San Giovanni Paolo II il 27 aprile 2014. La celebrazione della dedicazione è stata presieduta dal vescovo, monsignor Luigi Cantafora, il quale ha sigillato tale storico avvenimento con la frase del "Gigante di Dio", Karol Wojtyla, “Alzatevi, andiamo!”, che “riassume anche la bellezza del suo pontificato e il dono della sua santità per la Chiesa intera”. Il nuovo Santuario - ha spiegato il vescovo - è per la Diocesi un punto di riferimento ed ha tutte le potenzialità pastorali per essere considerato un centro di spiritualità, un Santuario per approfondire e diffondere il messaggio di Giovanni Paolo II.

Nel Reliquiario, all'interno del Santuario, sono custodite le reliquie di:

San Giovanni Paolo II

San Giovanni XXIII

Santa Faustina Kowalska

Santi Francesco e Giacinta Marto

Santa Teresa di Calcutta

Beato Michele Sopocko